West Coast Discovery

Un’avventura on the road durata 3 settimane tra Arizona, California, Nevada e Utah

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Dopo l’esperienza di New York e dopo essere tornati a Virginia Beach, passò un mese, tra passeggiate per il quartiere, pomeriggi di gioco con la nostra sorellina, giornate al mare (spiagge non proprio come le intendiamo noi, ma pur sempre spiagge dove poter godere dell’aria salmastra), cene in famiglia e preparazione per il nostro viaggio. Finalmente i primi giorni di agosto arrivarono e il giorno prestabilito per la nostra imminente partenza ormai si poteva toccare con mano.

Caricammo tutti i bagagli in macchina e ripartimmo, più che mai pronti. Il viaggio fu più rapido perché partimmo da Norfolk con l’aereo, destinazione Phoenix, Arizona.
Arrivati a Phoenix la prima cosa che percepisci in agosto non può che essere il muro di caldo contro cui non fai che sbattere continuamente, facendoti girare la testa, e facendoti perdere la cognizione di tempo e spazio. Questa fu proprio la sensazione più nitida che ricordo come grande differenza tra East Coast e West Coast. Fortuna che negli USA l’aria condizionata non è un optional, ma qualsiasi luogo chiuso da quattro mura, che sia un negozio, un locale, un ristorante, un hotel, qualsiasi cosa ha sicuramente un impianto di aria condizionata. Ragion per cui, appena arrivati andammo subito a noleggiare quella Lincoln nera che sarebbe stata la nostra fedele compagna di viaggio per tre settimane, e poi direttamente a mangiare all’Hard Rock Café di Phoenix, posto imperdibile, per mio padre, che colleziona magliette di tutti gli Hard Rock Café del mondo. Dopo esserci rimpinzati, ristabiliti e riequilibrato la nostra temperatura corporea, il nostro vero viaggio alla scoperta della giovane e sorprendente West Coast cominciò.
La prima tappa era San Diego. C’erano quasi 500 km che ci separavano dalla prima destinazione, ma per noi la distanza non era importante, noi volevamo goderci la strada. Mi ricordo le infinite, lunghissime strade dritte, intervallate a volte da colline rocciose, dove, una volta che superavi una collina, trovavi una farm o una stazione di servizio. E quell’intensissimo cielo blu, senza nuvole, che quasi faceva male agli occhi se lo guardavi fisso ma ti riempiva di emozione di notte quando diventava nero come il carbone più puro ma con quei nitidi e chiari puntini che vibravano di luce propria, visione questa offlimits per noi, abitanti di città.
La cosa che mi colpì maggiormente di questo nostro primo tragitto fu il confine col Messico. Superata Yuma, si entra in California, e su quella strada, a pochissimi km c’è la dogana. Mio padre ce la indicò, e in effetti si vedeva, seppur in lontananza. Mi fece riflettere molto sapere di essere così vicina a quel luogo, simbolo concreto della libertà e della possibilità di ricchezza per i messicani, i quali per anni, decenni e probabilmente tuttora, provano ad entrare clandestinamente, tramite tunnel sotterranei o varchi nelle recinzioni, a volte riuscendoci, a volte no. E’ in questi momenti che mi rendo conto di quanto davvero sono fortunata io, che passo davanti al confine col Messico, ma dalla parte degli Stati Uniti, nella sicurezza della nostra auto, con la mia famiglia, in veste di turisti, avendo quindi a disposizione quel surplus economico che ci permette di spendere i nostri risparmi in viaggi per diletto, e non dovendo pensare a come sopravvivere giorno dopo giorno. Ed è in questi momenti che mi sale la tristezza e l’angoscia pensando a queste ingiustizie del mondo e dell’umanità. Ma comunque non vidi nessun messicano, non vidi nemmeno le guardie, vidi solo quei cancelli da lontano, mentre la nostra Lincoln nera proseguiva silenziosa, ignara di tutti questi pensieri che mi offuscavano la mente e la percezione di quel viaggio.
Ben presto però quei pensieri li chiusi a chiave in un cassetto lontano, e ricominciai a vedere il nostro cammino come la nostra vacanza. Arrivammo a San Diego di sera, e avevamo solo la forza di cenare e andare a dormire. Effettivamente tutte quelle ore di viaggio, seppur intense e bellissime, ci distrussero.
A San Diego ci fermammo solo un paio di giorni, la visitammo anche abbastanza velocemente. Anzi veramente non c’era molto da vedere: una bella passeggiata sul mare, delle belle spiagge, ma niente di che. Ripartimmo un po’ delusi, ma sempre pieni di speranza perché ora arrivava il bello: eravamo sulla costa, avevamo appena visto l’oceano più grande del mondo, quindi d’ora in poi, fino a S. Francisco, dovevamo costeggiare il Pacifico e andare sempre verso nord.
La seconda destinazione era Los Angeles. Non stavamo più nella pelle: la città delle star del cinema, la Walk of Fame, gli Universal Studios, Disneyland, Beverly Hills, Rodeo Drive… Un luogo magico! Almeno le nostre aspettative lo descrivevano così. In realtà poi Los Angeles ci deluse molto, forse più di San Diego, come città. Di star non ne vedemmo; facemmo un giro per Beverly Hills con la macchina, giusto per vedere le ville, ma in realtà vedemmo solo i cancelli giganteschi delle ville; una passeggiata a Rodeo Drive ci tolse la voglia di fare shopping, persino di comprare souvenir e cartoline; l’unica cosa divertente e interessante fu la Walk of Fame: in quella passeggiata che percorreva tutto il centro della città, dove le orme delle mani e dei piedi dei personaggi famosi sono state rese immortali dal cemento della strada, noi continuavamo ad ogni passo a fotografare quelle orme, a perderci nei nomi e a pensare a quanto eravamo a fortunate ad aver toccato lo stesso suolo che avevano toccato loro, quasi fossero degli dei.
Col senno di poi, oggi penso che non sia una grandissima attrattiva. Forse nelle aspettative di chiunque si, ma quando ti trovi effettivamente lì, dopo 10 minuti che cammini, ti fermi, fotografi, immagini e ti sorprendi che pure quell’attore scadente che non ti aspetteresti mai, ha una stella nella Walk of Fame, ti stufi. E’ sempre uguale e la passeggiata è molto lunga. Fortunatamente all’epoca ci divertimmo molto e quella per noi fu la più grande attrazione di Los Angeles, anche perché Disneyland e gli Universal Studios (probabilmente molto più divertenti) non rientravano nei nostri piani. Credo che Los Angeles, come San Diego, siano città che offrono molti divertimenti per la vita notturna, però questo non mi è dato saperlo con certezza, in quanto tutta questa esperienza, questa vacanza, l’ho vissuta con i miei, avendo tra l’altro una sorellina di 5 anni al seguito, quindi non ho assolutamente idea di cosa nasconda Los Angeles, come tutte le altre città che ho visto, nella notte.
Dopo Los Angeles cominciavano una serie di paesini (Santa Monica, Malibù, Santa Barbara) dove ci fermammo solo di passaggio, per riposarci, per rinfrescarci un po’, facendoci coccolare dalle potenti onde del Pacifico, un oceano che è l’esatto contrario del suo nome. Dopo Santa Barbara, lasciammo la costa e prendemmo per l’entroterra. Terza tappa prevista: il Sequoia National Park.
La California è famosa non solo per la sua costa e le sue metropoli, ma anche per i suoi magnifici parchi naturali, istituzioni molto importanti per gli americani, che hanno una fortissima volontà di tutela riguardo i propri paesaggi naturali, anche perché essi rappresentano buona parte di questo Paese e, non avendo molta storia, ci tengono come fossero i loro stessi figli. Ogni Parco Nazionale ha i propri Ranger, esperti e specializzati nella loro zona: ne conoscono ogni angolo e sanno come raccontarli e farli amare ai visitatori.
Il Sequoia Park mi colpì molto: notai infatti la differenza tra una città/metropoli americana e un paesaggio naturale come quello. Per noi è l’esatto contrario. Si, certo, anche noi abbiamo, sia in Italia sia in Europa, dei bellissimi parchi, ma le vere attrazioni sono le nostre città, la nostra cultura, la nostra storia. Invece gli americani hanno la natura, hanno questi vasti spazi, foreste, cascate, deserti, il parco di sequoie più grandi del mondo, appunto. Se pensate di aver visto alberi grandi, qualunque specie voi abbiate visto, non saranno mai grandi di circonferenza e non saranno mai alti quanto una di quelle sequoie. Senza parlare del “Generale Shermann”, la sequoia più alta e più vecchia del mondo.
Noi eravamo in cinque, provammo ad abbracciare il tronco di una sequoia qualunque, ma non riuscimmo a coprire nemmeno la metà della sua circonferenza. Erano mostri giganteschi, che coprivano tutto il cielo, ma c’era comunque una gradevole ombra e una piacevole brezza fresca, che ci fecero recuperare le forze e l’entusiasmo. In quel momento mi resi conto del rispetto che dovevamo a quelle antichissime piante. Loro, come tutte le altre foreste del mondo, ci permettevano di continuare a vivere, a respirare il vero ossigeno e a rifocillarci naso e polmoni dallo smog quotidiano delle nostre città. Non ce ne rendiamo conto, o forse non ne abbiamo voglia, che loro sono fondamentali alle nostre vite, e quelle sequoie, in quel preciso momento della mia vita, si unirono a me e mi regalarono questa consapevolezza, che mi porterò sempre dietro.
Ma il viaggio doveva continuare e a me non pareva vero: stavo imparando tantissimo e non ne avevo mai abbastanza; più vedevo e più volevo vedere; ero affamata di luoghi e di avventura.
La tappa successiva era Monterey, passando per il Big Sur. Ciò significava tornare sulla costa e riaffacciarci sul maestoso oceano perché la strada per arrivare a Monterey è una strada che dà su un burrone scosceso, che sinuosamente segue tutte le curve del promontorio e corre veloce affiancata dalle onde. Avessimo avuto una cabriolet sarebbe stato il massimo, ma del resto avevamo una Lincoln nera (chiusa) e a noi andò bene così. Anzi. Questa strada, senza fine, fu un tragitto meraviglioso che abbiamo percorso coi finestrini completamente abbassati e il vento tra i capelli, il sole che ci sorrideva e che ci baciava in volto. Il mare, di un blu profondissimo, alla nostra sinistra sembrava sussurrarmi all’orecchio di gettarmi tra le sue braccia. Per me quella era la sensazione di libertà più assoluta. Mi piaceva come tutti gli elementi si combinassero insieme, mare, sole, vento, strada. Quando arrivammo a Monterey, eravamo stanchi ma io mi sentivo benissimo.
Questa cittadina di mare era molto più caratteristica delle grandi città che ci lasciarono delusi. C’era il piccolo porto, un pier molto particolare che ospitava moltissimi leoni marini che sbadigliavano al sole (e come avremmo scoperto successivamente, anche S. Francisco ospitava un pier con i leoni marini che prendevano il sole) e delle belle passeggiate sul mare e per la città. Questa però fu solo una tappa per permetterci di riprendere fiato e poi continuare con la tappa successiva: lo Yosemite Park. Ora che avevo visto il Sequoia Park, ero curiosissima di vedere anche lo Yosemite, sapendo in cuor mio che mi avrebbe sicuramente lasciato a bocca aperta. E infatti fu così.
Dovevamo rientrare nell’entroterra californiano e ci separavano oltre 300 km, ma comunque non fu un viaggio esageratamente lungo (ne avevamo già fatti di più lunghi e ne avremmo fatti altri ancora).
Il parco era veramente bellissimo: c’erano montagne e pareti rocciose da dove sgorgavano cascate e boschi tutt’intorno con animali, come i cervi, che liberi girovagavano mangiando l’erba e saltellando qua e là. Questo paesaggio pareva tanto fosse uscito da un dipinto dell’800. Questa volta avevamo preso un lodge per il pernottamento che si trovava proprio in mezzo al parco, e la notte infatti ci addormentammo ascoltando i rumori delicati della natura. Lo Yosemite ci accolse teneramente per un paio di giorni, ma subito dovevamo ripartire. Intanto mi accorsi che eravamo già a metà della nostra vacanza, i giorni erano passati come fossero ore, e sapevo che nonostante mancavano ancora delle tappe, sarebbe finito tutto molto presto, e cominciai dunque a prepararmi psicologicamente al rientro.
La tappa successiva era un luogo che si trova più a nord rispetto allo Yosemite, ma che pochissime persone conoscono: il Lake Tahoe.
Si tratta di una cittadina relativamente anonima posta sulle sponde di un lago, il lago Tahoe appunto, dove d’estate la gente fa il bagno, in mancanza del mare, ma è anche circondata dalle montagne, dove invece d’inverno gli impianti sciistici permettono a residenti e turisti di godersi la neve. Ma la cosa più curiosa di questa località è che il lago è il confine naturale tra California e Nevada, e la cittadina stessa è divisa: la parte sinistra si trova in California e la destra si trova in Nevada. Infatti nel giro di pochi metri, se si passa in Nevada, essendo il gioco d’azzardo legale, sono presenti un paio di casinò, mentre se si passa in California non se ne trovano. Noi arrivammo dalla lato californiano ma il nostro motel stava nel lato in Nevada, proprio accanto a un grosso casinò. Questa tappa era l’unica che ci avrebbe fatto toccare il suolo del Nevada, forse era per questo che mio padre prese il motel proprio appena superato il confine tra i due stati. Ma il Lake Tahoe, così come era stata Monterey, fu una tappa veloce, solo per riposarci e per poter ripartire poi alla volta della città più particolare e caratteristica della California: San Francisco. Tra la nostra posizione e S. Francisco c’erano 250 km e ancora una volta ci rimettemmo in macchina.
San Francisco è una città davvero particolare, almeno per gli Stati Uniti. E’ molto colorata, e i grattacieli si trovano solo nel quartiere finanziario, per il resto sono tutte casette colorate che seguono il percorso delle colline. Le colline qui non sono dolci ma anzi sono molto ripide e infatti i simboli che rappresentano questa città sono le lunghe salite e discese, percorse dai caratteristici “cable cars”, piccoli tram aperti che viaggiano su rotaie e che risalgono all’800. Qui qualsiasi cosa, persino l’aria che si respira, è diversa dalle altre città. E’ una città grande ma sembra un paesello di mare grazie anche all’accoglienza calorosa dei suoi abitanti; è una città giovane, fresca, moderna; i moli del porto, nonostante l’odore pungente di pesce, sono delle promenade stupende per fare una passeggiata al tramonto; persino l’isolotto in mezzo alla baia che ospita l’ex penitenziario più severo e più famoso d’America, Alcatraz, ha il suo fascino.
Una cosa che mi piacque moltissimo fu la vista della città dall’altra parte del Golden Gate Bridge, il famoso ponte rosso. Quella visuale, col ponte in primo piano e la città colorata dietro, nonostante facesse freddo (eravamo in agosto, ma li, essendo al nord, c’era freddo come fosse febbraio per noi!), mi diede una piacevole e nostalgica sensazione di pace, che sentii dentro per tutto il tempo che rimanemmo lì.
La nostra permanenza in questa città fu un po’ più lunga delle altre. In effetti riuscimmo a girarcela tutta e goderci ogni strada, ogni vista, ogni molo. Ma anche la permanenza a San Francisco era destinata a concludersi, e dopo quattro giorni ci rimettemmo in viaggio stavolta rotolando verso sud. I giorni stavano quasi finendo e le ultime due tappe, prima di tornare a Phoenix, erano il Grand Canyon e la Monument Valley.
A questo punto ci attendeva uno dei tragitti più lunghi: ben 1260 km di strada, ovvero 11 ore di viaggio, ovviamente intervallate da qualche sosta durante il tragitto. Queste ore in macchina furono le più lunghe, dovevamo riattraversare tutta la California verso sud e rientrare in Arizona. Ancora oggi mi chiedo come fece a sopportare quel viaggio la mia sorellina piccola, che nonostante tutto quello che avevamo passato e tutte quelle ore, non si lamentò mai. Probabilmente lo stava apprezzando molto, anche i momenti spesi con noi, le sue sorelle che non vedeva mai, nonostante avesse solo 5 anni.

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Una volta arrivati al Grand Canyon ci riposammo prima, e andammo a vederlo poi. Era davvero suggestivo. Tutti quegli strati di terra di ogni colore, che testimoniavano i millenni che aveva visto e vissuto, e il Colorado River, che lo attraversa alla base e che pare una strisciolina azzurra tutta curve, visto dall’alto, anche se in realtà è un fiume grosso e potente, ti fa rendere conto della sua altezza e della sua vastità. Guardando verso l’orizzonte non si vede la fine di questa antichissima gola. Sicuramente per noi tutti fu uno spettacolo indimenticabile, ma, più del Grand Canyon, mi colpì la Monument Valley. In quel momento, di fronte al Grand Canyon, ancora non lo sapevo, infatti pensai che quella era la visione più stupenda che avessi mai visto.
Quando ci rimettemmo in macchina, sapevamo che quella sarebbe stata l’ultima tappa del nostro viaggio, e con un po’ di malinconia, ripartimmo, direzione nord-est. Dopo circa 300 km di viaggio, ovvero quasi 5 ore di macchina, mio padre finalmente parcheggiò la nostra Lincoln nera e ci svegliò a tutte e tre (anche io mi ero addormentata verso la fine del tragitto). Nel momento stesso che aprì gli occhi, vidi che stavamo in mezzo al deserto, con un hotel di lusso da una parte, e rocce gigantesche che spuntavamo dal terreno intorno. Li per li chiesi se eravamo nel posto giusto e se non ci eravamo persi. Mio padre mi rassicurò e quindi ci invitò ad entrare in questo hotel, che aveva anche un ristorante e una terrazza panoramica pubblica. Non alloggiavamo lì, però saremo rimasti tutto il giorno per vedere anche il tramonto e poi saremmo andati al nostro motel, che si trovava in un paesino chiamato Mexican Hat, nello Utah.
La Monument Valley si trova esattamente sul confine tra Arizona e Utah, e infatti anche il solo toccare il suolo di questo quarto stato della West Coast, dopo California, Nevada e Arizona, mi faceva sentire davvero fortunata.
Entrammo nell’hotel, e subito ci fiondammo nella terrazza panoramica, curiosi tutti ma soprattutto curiosa io di capire se davvero valeva la pena. Da quel punto lì, dove è stato costruito l’hotel e la terrazza, la vista è veramente ineguagliabile. Si vedono queste tre enormi rocce poste una di fianco all’altra (ma che sicuramente la distanza reale tra una roccia e l’altra era molto più ampia di ciò che vedevamo noi) e dietro, il deserto, sconfinato, fatto da questa sabbia rocciosa rossastra.
Questa vista mi pareva tanto una di quelle immagini degli sfondi predefiniti dei computer, una foto da cartolina, era sicuramente stata una location di qualche film western. Era un luogo mistico. Non riuscivo a smettere di guardare.
Nel pomeriggio andammo a fare un’escursione con una jeep noleggiata lì, fatta apposta per questi territori, con una guida locale navajo. Anche l’aver parlato con un indiano navajo fu per me un’esperienza di rara condivisione. Ne sono rimasti pochi, che vivono nelle loro riserve, nonostante per fortuna si sono integrati con gli americani bianchi, grazie all’istruzione e anche grazie al turismo probabilmente. Ma comunque sono in pochi. Averci parlato mi fece sentire unica in questo mondo, anche se so perfettamente che non sono l’unica, ma in quel momento mi sentii così. Comunque, con quella jeep facemmo un giro intorno alle rocce e mi resi conto che erano enormi davvero, come del resto qualsiasi cosa negli Stati Uniti. Ma quelle erano rocce, erano naturali, ed erano bellissime. Raccolsi anche un po’ di sabbia di quel deserto e la misi in un vasetto, unico “souvenir” che presi per me stessa e che conservo gelosamente ancora oggi.
Dopo l’escursione, tornammo all’hotel e ci rilassammo fino al tramonto. Ci avevano caldamente consigliato di vedere il tramonto lì. In effetti non si poteva perdere e lo notammo subito perché i colori rossi sfumati del sole rendevano quel deserto, già rossastro di suo, di un profondo rosso-arancio che trasformavano quel luogo in un luogo magico, che ti riempiva il cuore. Credevo di aver visto già tutto di quella rossa valle, dopo il tramonto, ma il ricordo che custodisco più vivamente e che per me simboleggia l’intera vacanza, ancora doveva arrivare.
Calata la sera, dopo la cena consumata sempre in quell’hotel, decidemmo di ripartire per andare appunto al nostro motel, a Mexican Hat (mi rimase impresso questo nome: un cappello messicano? Che nome è?). Appena usciti dall’hotel, guardai in alto: la distesa di stelle così luminose in quel cielo così nero, senza nuvole, era incredibile. E quando abbassai lo sguardo leggermente, vidi in lontananza un temporale. Saranno state miglia e miglia di distanza, infatti dove stavamo noi, non c’erano nuvole e non si rischiava di certo che venisse a piovere, però si vedevano chiari i bagliori e i flash di quei lampi, e si sentivano forte, ma in lontananza, i rimbombi dei tuoni; e si vedevano le nuvole grigie che coprivano quel pezzo di cielo.
Rimasi di stucco, completamente immersa in quell’istante, persa nell’ ammirare quello spettacolo della natura, che normalmente mi farebbe paura, ma quella volta, quell’unica volta, non riuscii a smettere di osservarlo fisso. Mi rendevo conto di quanto fosse lontano, e quindi quanto tutta quell’area fosse vasta ma piatta, talmente piatta che potevo vedere appunto a miglia e miglia di distanza, anche di notte. E mi rendevo conto di come quei lampi illuminavano a scatti le grosse rocce tutt’intorno, che apparivano e scomparivano subito dopo. Pensai “questa è la magnificenza della Natura”.
Dopodiché mio padre mi scosse da quel momento e mi fece tornare alla realtà: le mie sorelle erano stanche e volevano andare a dormire. Ci infilammo quindi per l’ennesima volta nella nostra auto, mentre quel temporale si allontanava sempre di più da noi, nonostante il mio sguardo restava fisso su di lui, fino al momento in cui scomparve dai miei occhi.
Il giorno seguente facemmo il nostro ultimo viaggio accompagnati dalla nostra fedele amica Lincoln, che ci riportò per la seconda volta all’aeroporto di Phoenix. La salutammo e prendemmo l’aereo per tornare a Virginia Beach.

I giorni che seguirono il ritorno a casa, furono innaturali. Io non riuscivo a riabituarmi alla vita quotidiana, continuando a pensare a quell’esperienza: il confine col Messico, le sequoie, le cascate, i cervi, le città, i moli, i ponti, il deserto, il temporale. Ero stanca e contenta da una parte di essere a casa e potermi finalmente riposare, ma se fosse stato per me, avrei continuato quel viaggio all’infinito, sempre più curiosa di vedere, avendo scoperto un lato di me che ormai non potevo più reprimere.
Anche i giorni rimanenti di permanenza negli USA presto finirono e arrivò il momento che dovevamo tornare nella nostra vecchia Italia, ma con la promessa che l’estate seguente saremmo tornate a trovare mio padre e avremmo fatto un altro viaggio di tre settimane come questo, ma questa volta costeggiando il New England, East Coast, fino al Quebec, Canada.
Gli Stati Uniti sono un Paese molto grande (aggettivo che nelle sue varie forme, ho utilizzato moltissimo nei miei racconti, ma d’altronde la prima cosa che viene in mente appena si pensa agli USA è proprio questo aggettivo!) e per questo ci sono tanti posti che vale la pena di vedere, ma ci vuole anche tempo, risorse e occasioni. Per noi l’occasione c’era stata e, come avevamo approfittato subito di questa, avremmo sicuramente approfittato anche di quella nel New England l’anno seguente.
Anche questa però è un’altra storia. ;)

Hold on and keep on dreamin’, buddies!

Fabiana Messina

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